lunedì 20 luglio 2020

Il nostro mondo online ostacola il cambiamento nelle nostre vite (*)

La tecnologia ci dà mezzi più potenti per fare quello che facevamo prima o nuovi mezzi per fare cose che prima neanche avevamo mai immaginato di poter fare. Ma lì si ferma. Poi sta a ognuno di noi scegliere come sfruttare quei mezzi e lavorare su se stesso per evolversi in modo da sfruttarli alle loro massime potenzialità. La tecnologia non è una bacchetta magica che ci trasforma, da sola non basta. Possiamo usare un drone per spiare la gente, se è quello che volevamo fare anche prima. O possiamo usarlo per riprendere il paesaggio che ci circonda. Dipende da cosa faremmo noi in prima persona se potessimo volare. Oppure possiamo usare un drone per qualcosa a cui non abbiamo mai pensato prima, un’idea pescata tra le infinite nuove possibilità date dall’esistenza dei droni, in maniera creativa: creare qualcosa che prima non c’era, neanche nei nostri pensieri. Man mano che la tecnologia allarga gli orizzonti delle nostre potenzialità, possiamo anche noi tentare di evolverci di pari passo con il pensiero, in modo da rendere la nostra vita migliore, più piena e varia, grazie alla tecnologia. 
Purtroppo non sono molte le persone che si buttano in questa sfida, mettendosi in discussione, abbattendo blocchi e tabù interni, abbandonando pigrizia e timidezza. La maggiorparte di noi usa la tecnologia esclusivamente per potenziare, velocizzare, semplificare quello che faceva o pensava già da prima. Non è poco, ma è sicuramente riduttivo e lascia le persone immutate, anzi le fossilizza nelle loro pulsioni, passioni e abitudini, visto che possono realizzarle meglio e di più con l’uso della tecnologia. 
Internet non fa differenza. E’ una delle tecnologie che più ha sconvolto la nostra vita, probabilmente quella che ha avuto maggiore impatto negli ultimi 50 anni. Eppure noi non siamo cambiati in maniera altrettanto sconvolgente. Anzi in molti casi ci siamo arroccati ancora di più nelle nostre posizioni predefinite. Se analizziamo le potenzialità offerte dalla rete, abbiamo tra le altre: ricerca di informazioni su qualsiasi argomento inseribili da qualsiasi persona al mondo, comunicazione con qualsiasi persona al mondo, pubblicazione di contenuti fruibili da qualsiasi persona al mondo. Si tratta di qualcosa di enorme, e nonostante gli anni che passano c’è ancora molto da metabolizzare.

Al di sopra della rete nuda e cruda - computer, router e altri dispositivi digitali su cui protocolli e architetture software dedicate riescono a materializzare ciò che noi conosciamo come ‘internet’ - si sono con il tempo posizionati vari intermediari sempre più sofisticati al loro interno ma semplici ai nostri occhi. Questi programmi, siti, applicazioni rappresentano interfacce tra noi e la rete. Rendono la nostra esperienza su internet più comoda, efficace, coinvolgente, ma la influenzano e condizionano in maniera altrettanto pesante. Quali sono questi intermediari? Si va da quelli (relativamente) meno invasivi come i browser che ci permettono di visualizzare pagine web ai motori di ricerca, le applicazioni social e di condivisione di contenuti. Mentre la rete è neutra, cioè non ci dice come dobbiamo utilizzarla, gli intermediari ci portano in una direzione ben precisa e non in altre, perché sono stati progettati da qualcuno in quel modo, sono state compiute delle scelte, valutate le alternative, soppesati i pro e contro di ognuna di esse. Ogni intermediario è il risultato sempre in divenire di questo lavoro fatto dietro le quinte da chi lo fornisce e posiziona sulla rete. Quali risultati mostrare come più rilevanti in un motore di ricerca? Quali contatti mostrare per primi in un social? Quali video in una piattaforma di condivisione di contenuti? Dipende dalle scelte che ha fatto chi li ha progettati. A differenza degli intermediari, la rete non mostra questa arbitrarietà: ho infinite soluzioni che posso progettare per farla funzionare bene, ma alla fine due nodi della rete - ad esempio due computer distanti chilometri tra loro - sono connessi o non sono connessi, c’è spazio per poco altro. Possiamo vederla come i mattoncini dei lego, mentre gli intermediari sono le costruzioni ottenute da quei mattoncini. Lo spazio di manovra che ha chi progetta gli intermediari dà loro un enorme potere sulla nostra esperienza in rete, ciò che ne ricaviamo e come influirà sulle nostre vite. 

Cominciamo dal browser, che può rivelare più scelte progettuali di quanto possa sembrare. Ogni browser ha una piccola memoria locale, dove può salvare file provenienti dai siti che visualizza. Tra questi file ci sono i cookies, piccoli file di testo che identificano l’utente su un certo sito e che il browser rispedisce al mittente (il server che ospita il sito) ogni volta che l’utente ritorna su quelle pagine. In questo modo il sito riconosce l’utente e gli prepara un ambiente personalizzato e simile a quello che ha lasciato la volta precedente, come se non fosse mai andato via. Ma un certo sito può anche inviare cookies non suoi, di terze parti, che ha accettato di inviare per conto di altre società. In questo modo la società terza può sapere quando un utente visita il sito e magari anche altri siti con i quali si è accordata. Questa conoscenza le permette di inserire ad esempio dei banner pubblicitari ad hoc nei siti che li accettano, che agli utenti sembreranno corrispondere magicamente ai loro interessi recenti e li invoglieranno a cliccare. 

Già da questo piccolo esempio si può capire quanto questi intermediari tra noi e la rete possono condizionarci. E più si va verso applicazioni elaborate, più aumentano le scelte progettuali e quindi le influenze sul nostro comportamento e sui nostri pensieri. Il sito più visitato al mondo (in data luglio 2020) è google.com, il motore di ricerca che ci permette di trovare i siti e le informazioni che cerchiamo. Questo sito all’apparenza molto semplice contiene una logica molto complessa, che associa una certa richiesta dell’utente - in un certo momento ed in un certo luogo - ad una lista ordinata di risultati. Quella che potrebbe sembrare una relazione oggettiva tra la stringa immessa dall’utente nel campo di ricerca e i risultati sul web più rilevanti si porta appresso in realtà una grande componente di arbitrarietà e di scelte progettuali. L’obiettivo del motore di ricerca è funzionare bene, fornendo un servizio di qualità all’utente. Ma potrebbe essere anche quello di non sconvolgerlo con risultati che non si aspetta e che non sono in linea con le sue inclinazioni ed i suoi interessi, o addirittura quello di rafforzare le sue idee e credenze sul mondo, se stesso e gli altri. Basta cambiare la logica che calcola i risultati, o anche solo l’ordine dei risultati, per avere un effetto completamente diverso sull’utente. La stessa parola chiave immessa dall’utente può portare a siti che invogliano a fare una cosa o il suo opposto. Se un utente riceve sempre input che confermano le sue inclinazioni e tendenze pregresse, è più contento e soddisfatto, si chiede meno cose, si atrofizza su posizioni che sembreranno ‘oggettive’, perché mai messe in discussione. Vivrà in quella che si chiama anche filter bubble, una bolla in cui filtreranno solo informazioni non disturbanti, che in sostanza comunicheranno all’utente il messaggio rassicurante: ”Fai bene a pensare quello che pensi o a fare quello che fai, continua così”. 

Oltre che rassicurare l’utente, un intermediario tra l’utente e la rete può anche suggerirgli nuovi percorsi mentali da esplorare. Qui la gamma delle scelte progettuali è ancora più ampia. Youtube, il secondo sito più visitato al mondo, fornisce ai suoi utenti raccomandazioni di video che potrebbero essere interessanti, partendo da quelli che hanno già visto. Per prolungare il più possibile la nostra permanenza sul sito, i video proposti tenderanno sempre a presentarsi come ancora più scioccanti, dolci, violenti, intelligenti di quello che stiamo attualmente vedendo, in modo da cavalcare sempre più il nostro entusiasmo verso il tema trattato nel video, verso un apice mai raggiunto. Questa scelta progettuale ha come conseguenza quella di portare gli utenti a video sempre più estremi rispetto a quello da cui erano partiti, che suscitano emozioni più forti, che meravigliano, spaventano, deliziano di più, che diventano necessari per continuare a provare quelle sensazioni così forti. Cospirazioni, teorie improbabili, violenza sono alcuni degli ingredienti fondamentali per sostenere ed alimentare l’onda di emozioni forti che il sito vuole cavalcare negli utenti in modo da tenerli incollati allo schermo. E più questi video, che altrimenti sarebbero rimasti ai margini dell’offerta dei contenuti del sito, diventano virali, più vengono raccomandati a nuovi utenti, in un effetto a valanga che porta alla ribalta idee ed immagini che prima stentavano anche solo ad uscire dalla mente di chi le concepiva o le vedeva come spettatore diretto nella realtà.


Facebook, il terzo sito più visitato (ma anche gli altri social non fanno differenza), porta questo aspetto ad un livello ancora superiore. Non solo informazioni e video ricadono in questa logica, ma anche le persone con cui si è in contatto, i propri amici o follower. Il sito (o l’applicazione) ha scelto di rendere più facili gli scambi con persone con cui già in passato abbiamo scambiato frasi, like o visualizzazioni. In questo modo è più probabile che l’utente rimanga attivo sul sito quando vede spesso sulla sua home contenuti postati da utenti che conosce bene. Magari mettendo un like su una foto delle vacanze di un amico, un commento ad un video di un altro amico, e così via, la sua voglia di interagire si riaccende e quindi rimane più tempo online. A sua volta la sua nuova attività porterà a più tempo online e attività da parte degli amici con cui comunica più spesso, che la vedranno in primo piano sulle proprie home. L’effetto collaterale del mettere in primo piano chi si conosce già bene è quello di mettere in secondo piano chi non si conosce ancora bene. Con il passare del tempo i nostri contatti si divideranno sempre più nettamente in due gruppi: chi andrà sempre più in cima alle nostre visualizzazioni e chi sempre più in basso nel dimenticatoio, con una logica simile a quella che porta i ricchi ad essere sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri, o i lavoratori con esperienza ad avere sempre più esperienza e quelli senza esperienza a rimanerne senza. Così ci sarà sempre più facile continuare ed approfondire le nostre relazioni con chi già fa parte della nostra vita, mentre sarà sempre più difficile per un nuovo contatto trovare uno spazietto di attenzione nella nostra routine quotidiana per poter instaurare con noi una nuova relazione. E naturalmente qui l'effetto 'filter bubble' è ancora più evidente, dato che il sito porta alla nostra attenzione contenuti ed informazioni piaciuti o commentati da qualcuno dei nostri amici. Così io utente vivrò e crescerò nell'ambiente protetto fatto dalle opinioni ed i contenuti suggeriti dai miei migliori amici: cosa ci potrebbe essere di meglio?

Tutte queste dinamiche hanno in comune la stessa cosa: ci portano alla conservazione ed anche estremizzazione dell’esistente, consolidato, che non riserva sorprese, a scapito del nuovo, imprevisto, che può turbare. Non c’è nessuna logica perversa dietro, è semplicemente il modo più comodo che hanno questi siti di tracciarci e sfruttare la nostra attenzione ai loro scopi. Se so che un utente ha cercato auto da corsa in passato, allora penso che gli interessino e quindi cerco di proporgliele ancora il più possibile in modo da tenerlo ‘vivo’ sul mio sito e non farlo andare via. Questi siti possono solo (per ora) ragionare a posteriori, analizzando cosa ha fatto un certo utente in passato e cercare di prevedere cosa farà in futuro e come influenzarlo in modo da portarlo nella direzione che fa più comodo loro. Ma tutto ciò tralascia un aspetto che deve essere fondamentale nella nostra esperienza online, così come nella vita reale: entrare in contatto con il diverso, lo strano, l’atipico, sia che si tratti di idee che di persone. Imparare a confrontarsi con realtà molto lontane dalla propria e magari arrivare a capirle e ad amarle per quello che sono. Internet ci ha dato la potenzialità per fare tutto questo, ma anche l’illusione di farlo già. In realtà, per come sono stati progettati i principali intermediari che utilizziamo per usare la rete, sta succedendo il contrario: siamo sempre più spinti a ritirarci verso la parte più chiusa di noi stessi, verso idee e persone che la gratificano. E molto è dovuto a come sono stati progettati finora gli strumenti che abbiamo quando siamo online per osservare e conoscere la realtà. 

(*) english version here


giovedì 2 giugno 2016

La profezia che si autoavvera

Mai azzardarsi a non vivere momento per momento. Basta mantenere un minimo di aspettative verso il futuro, magari abbozzate solo mediante qualche giorno di esperienza, ed è fatta. Da quel poco di fatti e sensazioni accumulati c'è sempre il rischio di dedurre qualche regola generale. Qualche conoscenza non diretta, appena giustificata da quello che abbiamo visto o sentito. Che poi ci condannerà per i giorni a venire. Il futuro non sarà più bianco, luminoso e neutrale, ma comincerà ad appannarsi, a pendere più da una parte, a scurirsi un po' delle deduzioni e regole che inconsciamente abbiamo tirato fuori da qualche dato ammucchiato qui e là. Come le formiche che passano da una parte invece che da un'altra si rafforzano nella convinzione di dover passare da quella parte, spingendo altre formiche a ripercorrere i loro passi attratte dall'odore lasciato e poi consolidato via via da tutte le altre. Quindi attenti a trasgredire sempre questa regola universale della natura. Ciò che per piante e animali è la precondizione per poter continuare a vivere - astrarre regole di comportamento, con l'intelligenza o date dall'istinto - per noi è fatale. La nostra mente penserà nella sua economicità e pigrizia assolute di aver già capito tutto e farà del tutto per rendere il futuro una sequenza di fatti e sensazioni già previste. I dati dall'esterno continueranno ad arrivare a casaccio, sparsi, ma la mente si coccolerà quelli che aderiscono alla sua regola e trascurerà gli altri, come tante piccole formiche che passeranno tutte verso lo stesso solco, attratte dai feromoni delle precedenti. Così i solchi nella mente si faranno sempre più assoluti e definitivi, i dati che riusciranno a passarci ci passeranno, tutti gli altri scivoleranno via, neanche riusciranno più ad essere visti o sentiti. Così la realtà esperita da quella mente si farà sempre più povera e scarna, uno stereotipo perfetto espressione di quella regola iniziale. Quando siete arrivati a questo punto non c'è più molto da fare, vi siete plasmati la realtà intorno. L'avete sbiadita, vi siete capati le cose che vi facevano comodo, avete assegnato a voi stessi e agli altri dei ruoli semplici che potessero essere interpretati facilmente senza sconvolgere la vostra realtà. Quello che voi stessi sentivate è stato messo in secondo piano, la volontà è stata il motore che ha mosso il sole e le altre stelle. Però ormai il sole non assomiglia più neanche lontanamente al solo iniziale, quello vero che scalda e abbaglia, l'aria è respirabile ma non ha più profumo, e la vita rischia di non avere più un senso. Non ha più senso proprio perché glien'è stato affidato uno, chiaro, lineare, dall'inizio, che nell'avverarsi ha spolpato tutto il resto.




lunedì 9 maggio 2016

Una sera qualunque



Il desiderio si stritola in bocca,
senza via d'uscita si ripiega su se stesso,
cerca altre vie ma non le trova
arriva alla testa:
lì dove tutto nasce e tutto muore.
Ma lì non può restare;
allora manda all'aria tutto,
che la testa si spenga e il corpo sparisca,
nessuna lotta è più possibile
senza il conforto di un contatto.






domenica 27 aprile 2014

Racconto di pioggia ed Elliott Smith

Come si fa ad andare a fondo dentro un sentimento? Nessuno lo spiega.
Bisogna addentrarsi in strati e strati di pensieri accumulati seguendo corto circuiti infiniti.
Cosa c'è sotto?
E soprattutto: ci sarà qualcosa?
Dopo tutta la fatica fatta per rimuovere l'inutile (e quindi dannoso), dopo tutto questo sforzo cosciente, rimarrà qualcosa? 
Qualcosa di profondamente incosciente sopravviverà?
Questo sembra un viaggio dove l'obiettivo sta lì, immobile, mentre il viaggiatore cerca di andargli incontro, invano. Rimane ad osservarlo dalla sua posizione privilegiata, il suo maledetto punto di osservazione di sempre. 
Poi, impercettibilmente, mentre l'obiettivo a fuoco continua ad essere sempre lì, lo sfondo dietro cambia. Così osservatore ed osservato si trovano a viaggiare insieme, come accoppiati, dentro sfondi di colore diverso, ognuno rappresentante un diverso stato d'animo dell'osservatore verso il sentimento misterioso osservato. Da colori forti si passa a tonalità sempre più dolci, pastello. Coscienza, determinazione, rabbia lasciano il posto a condivisione, accondiscendenza, rispetto per quell'oggetto misterioso. Le sue mura rimangono sempre alte e solide, ma invece di prenderle a testate il viaggiatore ora ci appoggia la schiena contro, esausto. 
Sta realizzando sulla propria pelle che è inutile voler forzare con la volontà una parte di sé, come fosse un biglietto ripiegato mille volte, che con un po' di sforzo e pazienza si riesce finalmente ad aprire, leggere e buttare via. Sta cominciando a capire quanto quel sentimento sia parte di sé, e che non può neutralizzarlo senza rendere se stesso un po' meno reale. A questo punto, senza rendersene conto, il viaggiatore è a metà del suo viaggio. 
Ma la parte difficile deve ancora arrivare. Dopo aver demolito le sue intenzioni di guerra verso quel sentimento, dovrà demolire se stesso. Tutto quello che si era detto nel corso del tempo per vedersi andare avanti. Per costruirsi un'idea accettabile di sé. Un'idea funzionale, fino al momento in cui si è presentato l'ostacolo insormontabile del sentimento, con il quale tutta l'impalcatura creata è diventata all'istante obsoleta. Un particolare si è imposto dal nulla come l'unico reale, facendo sentire tutto il resto come fuori posto.
La seconda parte del viaggio consiste nel ritrovare il 'tutto' più genuino e reale, nel quale il nuovo particolare entri senza sforzo. E' il sentimento misterioso a guidare la ricerca del se stesso più autentico, gridando 'fuoco' o 'acqua' durante il viaggio.
Ed ora il viaggiatore è in grado di ascoltarlo.





domenica 6 maggio 2012

Riflessi condizionati




L'Italia è in crisi. L'Italia è in recessione. L'Italia non ha un futuro. O meglio, gli italiani non vedono un futuro. Non in Italia, almeno. Ma perché? Fino a poco tempo fa non era ancora successo niente, c'era la vita, lo studio, gli amici, i programmi alla televisione, le discussioni, i problemi. Ora non c'è più niente. Non c'è una singola discussione su un singolo problema che valga la pena di affrontare. Non c'è un programma alla televisione o una materia d'esame che meritino di essere seguiti. Non c'è argomento con gli amici che sia importante. Abbiamo perso la fiducia nel passato. Sì nel passato, non nel futuro, che la fiducia nel futuro accompagna solo una piccola parte delle persone, indipendentemente dal paese nel quale vivano e dal loro livello di benessere. Però fino a poco tempo fa la fiducia nel passato, quella ce l'avevamo. Sentivamo di aver fatto tutta la strada insieme, anche se ognuno seguendo il proprio corso. C'erano dei discorsi, dei film, dei ricordi che ci accomunavano e che ci facevano sentire coccolati, avviluppati in un contesto comune, impalpabile ma rassicurante. Eravamo convinti, anzi inconsciamente sicuri, che stavamo agendo nel nostro bene e contemporaneamente per il bene in generale. Per gli studenti, per i lavoratori, per le donne, per gli immigrati. Era nient'altro che una scia, ma una scia che veniva da molto lontano, su cui eravamo nati e che ci aveva tranquillamente accompagnato, da sempre. C'era certo la lotta, lo scontro, chi pensava solo per preconcetti, solo a sé, solo per posizione presa. Però sempre all'interno di quel bozzolo comune, ci si detestava e comunque ci si scambiava qualcosa, se non altro il reciproco disprezzo. Ma comunque se si disprezzava qualcuno era proprio perché lo si reputava dannoso per la propria causa, un ostacolo all'avanzamento verso un obiettivo. Tutti, di destra o di sinistra, si sentivano di destra o si sentivano di sinistra. Agivano con la forza di chi agisce nell'unica dimensione che conta, nell'unico mondo conosciuto. Se le cose in quel mondo andavano male per chi lottava, si cercava di fare di più oppure si lasciava perdere. Con forza di volontà o rassegnazione, a seconda dei casi. La realtà era quella, quella che ci era stata tramandata dai nostri genitori che l'avevano vista migliorare sotto i loro occhi e per conseguenza diretta dei loro sforzi. Quindi a maggior ragione malleabile e orientabile per un verso o per l'altro. 
Poi si è rotto qualcosa. Non che i segnali della rottura non siano stati presenti durante tutto quel tempo. Anzi, tutta la storia precedente alla rottura potrebbe essere riletta in tutt'altra chiave alla luce della rottura stessa. Quel qualcosa che teneva unito il bozzolo si è rotto. Ed è stata una catastrofe. La vera realtà è uscita allo scoperto. Volendo riassumere in poche parole, ciò che ha scandalizzato a morte tutte le generazioni nate all'interno del bozzolo (praticamente tutte escluse quelle nate durante il fascismo) è una lampante scoperta: noi non siamo importanti. Io e le persone con cui ho sempre avuto a che fare, nel bene o nel male, affini o meno affini, non contiamo niente. La nostra realtà, in cui da sempre abbiamo vissuto, sperato, pianto di rabbia o di commozione, non era quella importante. Non era quella che contava, che faceva la differenza. Ce n'era un'altra, molto più ristretta, che accaparrava tutto, disponeva di tutto e scartava tutto se il tutto in questione non era interessante. Poi, dopo, i rimasugli formavano la nostra realtà. Una realtà più simile a una serie televisiva o un teatrino di pulcinella, in confronto all'altra. 
Ma a seguito di cosa è successo tutto ciò? Finché le cose continuavano a trascinarsi per lo stesso percorso di quando erano partite, anche se con mille rallentamenti, la rottura è rimasta latente. Finché la propria vita rimane conforme alla visione di vita concepita ed ereditata, si va avanti. Le cose sono tutte difficili ma si rimane nello stesso bozzolo di prima, le colpe delle difficoltà casomai si attribuiscono a se stessi o a quelli che ci circondano. Si pensa e si ripensa, cause ed effetti e le spiegazioni che li legano sono contorti, ci si concede di stravolgere tutto, ma sempre all'interno del bozzolo. Il bozzolo che ci dice: "tu sei artefice del tuo destino, le tue azioni hanno ripercussioni dirette su di te e gli altri". 
Quando però le cose cominciano davvero ad andare male, gli effetti non si incastrano più nelle sequenze di passaggi logici che partono dalle cause. Si vede che in fin dei conti tutto, comunque, è andato male. E' andato male anche se quella volta ho scelto di fare una cosa invece di un'altra, anche se milioni di persone come me hanno scelto quella cosa invece di quell'altra. E'andato male anche se abbiamo discusso, abbiamo manifestato, ci siamo disperati, poi rincuorati nella condivisione delle idee, degli ideali. Abbiamo riso e ci siamo sentiti uniti dalle parole geniali dei comici. Abbiamo vissuto secondo la nostra coscienza. Tutto questo semplicemente non contava, visto poi cosa è uscito fuori, allo scoperto. E cosa sta continuando ad uscire. Il bozzolo ormai è rotto. Adesso quasi ci vergogniamo di esserci vissuti per tanto tempo, da sempre. Lo rinneghiamo. Per questo abbiamo perduto la fiducia nel passato, in quanto non c'è più un passato nel quale ci riconosciamo. Non possiamo più ritenerlo causa dell'effetto che abbiamo sotto i nostri occhi, crudo e senza tante interpretazioni o giri di parole: ABBIAMO VISSUTO PER TUTTO QUESTO TEMPO IN UN PAESE MAFIOSO, DOVE MERITO O IDEE NON CONTANO SEMPLICEMENTE PERCHE' NON C'E' POSTO PER LORO DOPO LA SPARTIZIONE A MONTE DELLE RISORSE E DELLE POSSIBILITA'. ARRIVAVAMO SEMPLICEMENTE DOPO.  I NOSTRI RIFLESSI ERANO CONDIZIONATI DALLA REALTA' MAFIOSA NELLA QUALE VIVEVAMO, MA APPUNTO IN QUANTO RIFLESSI CONDIZIONATI LI DAVAMO PER BUONI, PER 'GENUINI' E CONTINUAVAMO LA NOSTRA VITA, I NOSTRI PERCORSI, LE NOSTRE ASPETTATIVE ATTRAVERSO DI ESSI, SENZA PENSARE CHE UNA REALTA' CHE ARRIVA A CONDIZIONARE I RIFLESSI, LA NOSTRA PIU' ELEMENTARE REAZIONE AL MONDO ESTERNO, E' UNA REALTA' CHE NON DA' SPAZIO E LIBERA ESPRESSIONE A NULLA, TANTOMENO A CIO' CHE C'E' DI PIU' COMPLESSO E CONTINUO COME LA COSCIENTE RICERCA DI SE STESSI, DELLE PROPRIE SCELTE, DELLA PROPRIA VITA.

sabato 7 maggio 2011

Cosa ho capito dopo essere tornato a casa a ostia dal lussemburgo (e da tanti altri posti tipo quello)


M'ha fatto capire sempre di più quanto abbiamo rispetto a quelli del lussemburgo e quanto invece ci facciamo rovinare dai pochi a cui lasciamo carta bianca, così, senza motivo, per pigrizia, perché tanto anche se gli stabilimenti non ci fanno entrare si sta bene pure sul lungomare. Vabbè non si può andare qua davanti, andiamo verso i cancelli stando un'ora in macchina tra fila e cercare parcheggio. Tanto comunque quando poi stai al mare non ci pensi più. E pure la macchia mediterranea che se rovina co tutto il traffico, tanto c'è pure la pineta dietro.. e la casa, vabbè al centro non la puoi prende, ma si sta bene pure in periferia, e vabbè i mezzi non passano mai ma puoi prendere la macchina, ti fai il traffico e te la cavi.. e pure se al lavoro te danno 2 soldi rispetto a quanto ce guadagnano loro, tanto c'è tutto il resto.. ma alla fine de tutto sto resto non è che ci rimane un granché, a parte i sentimenti che ci salvano sempre. Però perché quelli che se ne approfittano non hanno bisogno di essere salvati dai sentimenti e noi comuni mortali sì? Io non voglio essere salvato dai sentimenti, voglio che i sentimenti siano una conseguenza naturale di tutto il resto che ho e che vivo, non voglio che siano una zattera di salvataggio nel nulla.



domenica 20 marzo 2011

Incomunicabilità di massa




Roma, periferia, quartiere Tor Bella Monaca, sabato. Grande supermercato popolare, ora di pranzo. Folla che rotea tra i pomodori e l'insalata, i filetti di manzo e il prosciutto in offerta. Spese settimanali, carrelli stracolmi di poche cose, ma in grande quantità. Polacchi con montagne di carne, filippini con mari di vegetali, italiani con tutto di tutto. Uniti da un unico obiettivo: riuscire a farcela con i soldi che hanno. Ragazzini mangiano gli assaggi offerti, donne calcolano e sguinzagliano gli uomini verso salumeria e formaggi. Gli addetti ai reparti eseguono, consigliano, rassicurano. Tutte le etnie e culture si trovano d'accordo quando si tratta si scegliere la cosa migliore a minor prezzo, o davanti ad un cornetto caldo appena uscito dal forno del reparto del pane. Il cibo in questo paese scalda, e non solo perché è più buono. Scalda per tutta l'attenzione e l'importanza che ha su di sé, per la schiettezza della ragazza del pane o la religiosità del signore dei salumi. Alle casse c'è il momento finale di tensione, quando si vede quanto effettivamente si è scelto bene e quanto si è irrimediabilmente scesi ancora più nel baratro. Donne e uomini tirano fuori ogni risorsa che possiedono, portafogli, borsellini, buoni pasto, carte magnetiche e documenti di ogni tipo, pur di attutire il colpo. Poi, una volta pagato, imbustano tutto, e la loro vita ritorna anonima, dopo che un attimo prima le loro cose più intime erano inermi e in bella vista, sparpagliate sul nastro meccanico in attesa del loro turno alla cassa. Questa volta però qualcosa non torna. Un particolare stona con il quadro generale, stride con il silenzio uniforme fatto di voci familiari e rumori meccanici. L'addetta alla cassa piange. Ma non di un qualcosa di passeggero, un attacco di allergia, un riflesso condizionato, un momento di commozione. Semplicemente piange. Un pianto continuo, che accompagna tutti i suoi gesti e parole. Mentre fa passare sul lettore la merce, mentre comunica il totale da pagare, mentre cerca il resto da dare e lo appoggia sul piano della cassa. E donne e uomini raccolgono a valle il cibo nelle buste e pagano come se niente fosse. Facendo finta di niente, non avendo spazio anche per quella piccola tragedia locale o giudicando di non dover intromettersi. Tra quelle donne e quegli uomini ci sono anche io, che mi ritrovo con la busta piena in una mano e con il resto nell'altra, senza aver saputo cosa fare, a parte riuscire a guardarla negli occhi un attimo per farle sentire che ero lì in quel momento, davanti a lei, investito dal suo dolore, cercando di farle arrivare qualcosa in cambio con lo sguardo come lei mi stava dando qualcosa in cambio stringendo i soldi del resto. Ma comunque esco come tutti gli altri dirigendomi verso la macchina, mentre la ragazza alla cassa continua il suo lavoro, aspettando con tutta se stessa che arrivi il cambio a salvarla e a ridarle la dignità di una persona che piange.